Metodi per l'analisi dei chelati
L'esigenza di disporre di metodi precisi e riproducibili
per l'analisi del contenuto di comlessi/chelati metallici nei
prodotti commerciali è emersa fin dall'inizio della loro
introduzione sul mercato.
I metodi non sono gli stessi per tutte le categorie di complessi/chelati
in quanto dipendono dalla natura sia del metallo, sia della parte
organica chelante. Inoltre variano a seconda che si tratti di
di specie molecolari con formula ben definita o di miscele di
specie complesse/chelate, quali i "proteinati".
Nel gennaio 1994, Brown e Zeringue riportarono
il primo lavoro nella letteratura tecnica dell'industria mangimistica
con lo scopo di indagare la solubilità e la struttura dei
chelati. I due ricercatori esaminarono 15 differenti prodotti
minerali (chelati, complessi e proteinati di Cu, Zn e Mn), determinarono
la solubilità del metallo presente nei prodotti in tamponi
a pH diversi (pH 5 e pH 2) e indagarono sulle relazioni strutturali
tra il metallo solubile ed il ligando tramite la cromatografia
per gel filtrazione. Sebbene interessante, la tecnica ebbe scarsa
applicazione a causa della richiesta di apparati cromatografici
non utilizzati nei mangimifici.
Nell'ottobre dello stesso anno Parks e Harmston
pubblicarono un metodo che utilizzava strumentazione più
semplice ed economica, ma di limitata utilità. I due autori
cercarono di determinare il grado di associazione tra il minerale
ed il ligando organico poiché ritenevano che l'associazione
ligando-minerale fosse indicativa della biodisponibilità
del minerale nell'apparato digerente del bestiame e del pollame.
Utilizzarono proteinati di rame estratti con acqua distillata.
Il filtrato ed il residuo ottenuti vennero testati per il contenuto
di rame tramite assorbimento atomico e per il contenuto proteico
tramite il metodo di Kjeldahl. Poiché l'assorbimento atomico
non può distinguere tra rame complessato o in forma ionica,
il filtrato fu anche testato con un indicatore specifico per il
rame (Quantofix) che misura solo la forma ionica in soluzione.
Dai dati di solubilità fu possibile calcolare la costante
di stabilità (Rf): Rf= (percentuale di rame proteinato
nel residuo)/[(percentuale rame in forma ionica nel filtrato)+(proteina
solubile come percentuale sulla proteina totale)].
Nel 1997 Leach e Patton, riprendendo i due lavori
citati precedentemente, proposero un metodo semplice per valutare
i minerali chelati che apportava come novità l'utilizzo
di un elettrodo ione-selettivo per discriminare il metallo libero
da quello complessato in soluzione.
Holwerda nel 2001 propose un metodo che permette
di stimare, in prodotti contenenti rame e zinco, i metalli complessati
in soluzione acquosa basandosi su una semplice reazione colorimetrica
che fa uso di un sale indicatore: il trietilammonio cloroanilato
(TEAC), facilmente sintetizzabile in laboratorio. Il metallo libero
in soluzione acquosa si combina con il cloroanilato per dare polimeri
di coordinazione insolubili di colore verde. Questo metodo fornisce
una stima semiquantitativa delle quantità relative di metallo
libero (rame e zinco), complessato/chelato nei vari prodotti commerciali.
Pastore et al. nel 1999 proposero un rigoroso
approccio multistrumentale per l'analisi dei chelati con i lisati
proteici (proteinati) basato soprattutto sulla cromatografia "size
exclusion" e su misure di dicroismo circolare.
E' stato osservato che la chelazione è tanto più
efficace quanto più l'idrolisi della proteina è
avanzata verso formazione di amminoacidi liberi. Nel caso di idrolisi
incompleta anche la chelazione è incompleta e in tal caso
gran parte del metallo è presente come sale inorganico
sotto forma di grani ben visibili al microscopio e riconoscibili
con la spettrometria FT-IR. Al riguardo un'indagine preliminare
macro- e micro-morfologica è raccomandabile che sia sempre
effettuata.
Con la direttiva europea 70/524/CEE, l'Unione
Europea ha fornito una lista di integratori autorizzati per l'alimentazione
animale tra i quali si trovano anche i chelati metallici di amminoacidi
derivanti da proteine di soia idrolizzate.
Al riguardo, un metodo presentato in un brevetto del 2003
permette di stabilire se un campione incontra le rigide specificazioni
della direttiva europea sopraccitata, ossia se i chelati abbiano
un peso molecolare inferiore ai 1500 Da e se il prodotto derivi
dalle proteine della soia. Il metodo prevede l'utilizzo dell'ultrafiltrazione
per separare i chelati metallici. La procedura prevede che il
campione venga dissolto in acqua o in una soluzione moderatamente
acida; la soluzione deve essere filtrata con una prima membrana
con un cutoff tra i 100.000 ed i 500.000 Da, per rimuovere le
grosse molecole e le sostanze insolubili tra cui il supporto inerte.
Il primo ultrafiltrato ottenuto viene sottoposto ad una seconda
filtrazione con una membrana avente cutoff tra 1.500 e 3.000 Da,
fornendo un secondo ultrafiltrato. Ad ogni passaggio, inoltre,
viene misurato il contenuto di metallo. Il secondo ultrafiltrato
viene infine analizzato per il contenuto totale di amminoacidi
ed il contenuto totale di amminoacidi liberi i cui profili devono
essere simili a quello delle proteine della soia.
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